Questo è il compito dei lighting designer…
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20 Maggio 2023
Gli esperti di illuminotecnica facilitano la transizione ecologica e andrebbero coinvolti in ogni progetto, per trovare soluzioni più adeguate e mettere d’accordo sia l’estetica che il taglio dei consumi.
L’illuminotecnica facilita la transizione ecologica. L’Italia è il paese che spende di più in Europa per l’illuminazione pubblica: 1,7 miliardi di euro nel 2017, secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano coordinata dall’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Il consumo annuo di elettricità certificato dallo studio era di circa 6.000 GWh, con una quota di energia pro capite di 100 kWh: il doppio rispetto alla media europea, pari a 51 kWh. Nel 2019 la spesa per accendere lampioni e rischiarare strade ed edifici statali è arrivata a 1,8 miliardi di euro: un primato che ci colloca di nuovo in cima al podio delle nazioni più luminose del Vecchio Continente.
E la curva dei costi è in crescita. Il lato oscuro dello spreco di luce, soprattutto nei luoghi pubblici, ha radici culturali: “In Italia purtroppo fa ancora fatica a passare l’idea che l’illuminazione vada messa a punto da professionisti specializzati”, dice l’architetto Marinella Patetta, fondatrice e partner con Claudio Valent di Metis Lighting, studio milanese da oltre trent’anni leader sulla scena del lighting design internazionale e con all’attivo un portafoglio clienti di alta gamma, che spazia dal residenziale alla nautica, dal retail all’hotellerie.
“Ancora troppo spesso accade che la scelta delle luci vada in coda a tutto il resto, senza tenere conto delle tecnologie che, individuate in fase progettuale, potrebbero migliorare le performance e aumentare il risparmio energetico.”
I piani di illuminazione pubblica, in particolare, il più delle volte sono affidati alle stesse aziende che poi si occuperanno di fornire le luci e di seguirne la manutenzione, secondo una logica che di solito non ha come obiettivo il miglioramento della percezione e della fruizione dei luoghi.”
Formazione, aggiornamento ma, soprattutto, più investimenti a monte.
Quella del Lighting Designer, in realtà, può diventare una professione strategica per favorire la realizzazione e il taglio dei consumi. La formazione post laurea è attiva da anni nelle università (valgano gli esempi dei master del Politecnico di Milano e della Sapienza di Roma), “e da tempo l’Apil, l’Associazione Italiana dei Lighting Designer, si sta impegnando per sensibilizzare privati e amministrazioni sul tema dell’uso corretto dell’illuminazione.
L’attenzione odierna verso i temi legati alla transizione ecologica rimette al centro la figura del lighting designer, perché è l’unico esperto in grado di gestire la regia del progetto illuminotecnico in qualunque contesto: non solo perché sa come posizionare correttamente le luci là dove servono, con certi angoli, con determinate temperature di colore, direzionate correttamente e con fonti schermate, ma soprattutto perché è in grado di coniugare gli aspetti tecnici con gli aspetti estetici, promuovendo l’uso di nuove tecnologie quali dimmer per modulare l’intensità, sensori temporizzati o addirittura sensori che permettono un’accensione solo in presenza di persone. Per ottenere questi risultati, è però indispensabile aumentare gli investimenti ex ante: ciò che si spende oggi per adeguamento tecnologico garantisce di risparmiare nel Futuro”.
IL minor costo dei LED ha provocato la crescita abnorme dei punti luce.
L’illuminotecnica facilita la transizione ecologica. L’avvento della tecnologia LED, così versatile e adatta alla miniaturizzazione, ha scatenato un’esuberanza generale che ha generato una moltiplicazione incontrollata delle fonti luminose. “A fronte di una necessità di una sorgente più efficiente, i consumi generai in molti settori non sono diminuiti. Ma soprattutto, la luce chiara e brillante del LED ha cambiato la percezione degli utenti, che ora desiderano che la luce sia tanta e ovunque.
Oggi per esempio nel retail vengono installati LED in quasi tutti gli arredi, e i lighting designer devono trovare un equilibrio dosando l’utilizzo di lampade a soffitto e integrate nei mobili. Quindi, non è tanto il tipo di sorgente che fa la differenza: il punto è che bisogna sapere esattamente quanta luce serve, dove e per quanto tempo.
Nel retail e nell’hospitality, in particolare, “è necessario far capire ai committenti che la bellezza e l’unicità delle architetture e dei materiali possono essere percepite solo se si usa la luce giusta. Un’attenzione specifica è richiesta a maggior ragione quando si progetta in contesti sensibili, come nel caso dei resort situati in ambienti naturali incontaminati.
Le campagne condotte da associazioni come CieloBuio inizialmente avevano come obiettivo il recupero del diritto di guardare le stelle, la cui visione è stata ridotta dalla light pollution, che riguardai danni che l’eccesso di luce provoca alla biodiversità. Sarà sempre di più un privilegio poter soggiornare in luoghi dove i possa godere dello spettacolo del cielo notturno, e andare ad ammirare la via lattea diventerà un lusso per pochi”.
Maglieria, legno e vetro stampato 3D: il futuro della luce è materico.
Anni fa, in un’intervista raccolta da Franco Raggi, Piero Castiglioni, architetto, designer e fuoriclasse fra i creatori della luce museale e di paesaggio. Dichiarava che “la caratteristica di un buon progetto illuminotecnico è quella di avere poche idee ma ‘forti e leggere’. L’idea forte è che la luce non c’è, o meglio c’è ma non si vede. Non si vedono apparecchi perché è l’architettura stessa che controlla, modifica e gestisce la luce come fosse un gigantesco apparecchio illuminante. La leggerezza è che la luce non ha sorgenti riconoscibili”.
Proprio da questa considerazione prende le mosse il lavoro che Ingrid Paoletti, architetto e professore di tecnologia dell’architettura al Politecnico di Milano.
Sta portando avanti in qualità di coordinatrice del team di Material Balance di Polimi: il laboratorio dove, fra numerosi programmi di ricerca dedicati allo studio dei materiali, si sviluppano anche software computazionali innovativi. Questi sono in grado di anticipare, per esempio, come si comporterà la luce in un corpo illuminante. “Il futuro del lighting design implica che si adotti un nuovo approccio nella modulazione della luce.
Questo per ridurre consumi e soprattutto per rieducare gli occhi a una luminosità variabile e più in sintonia con i bioritmi umani e con gli ecosistemi” osserva Paoletti, che è anche vicepresidente della Fondazione Politecnico e autrice del saggio ‘Siate materialisti’ (Einaudi). “Già nel presente e domani ancora di più, i designer avranno come obiettivo quello di stemperare il confine tra luce naturale e artificiale utilizzando forme e materiali capaci di modificare la qualità, la quantità e la percezione dell’emissione luminosa. Con la nostra équipe stiamo testando le potenzialità della maglieria, da usare per la realizzazione di paralumi dove lane, sete e cotoni si mescolano a fili luminosi.
L’illuminotecnica facilita la transizione ecologica. In fase sperimentale c’è anche la modellazione 3D del vetro, che consente di ottenere forme più varie rispetto alle classiche tecniche di soffiatura e stampa industriale, e stiamo facendo ricerca anche sul legno, che può essere reso così sottile da diventare quasi trasparente e capace di diffondere una luce calda e rilassante. Stiamo immaginando, in concreto, di progettare lampade empatiche che assecondino non solo i cambiamenti di luce che si verificano nelle diverse ore del giorno, ma anche l’alternanza degli stati d’animo.
Del resto nella società fluida, dove nemmeno la notte è più notte, ormai non esiste nulla di immutabile: questo nostro è il mondo dei confini che cadono, e non a caso è sfumata da tempo anche la frontiera che separa la luce dal buio. È proprio qui, nel microcosmo affascinante della penombra, che i progettisti potranno sperimentare le tecnologie più adatte per filtrare e dosare la luce, eventualmente anche lavorando sul riuso”. L’illuminotecnica facilita la transizione ecologica.
L’altro fronte che richiede approfondimento è quello che riguarda il fine vita degli elementi illuminanti: “Ai lighting designer sarà richiesto uno sforzo in più in un’ottica di smaltimento eco compatibile, e sarebbe utile che anche i produttori iniziassero ad accompagnare le lampade con le istruzioni per smontarle e differenziare i rifiuti ottenuti, in un’ottica virtuosa di economia circolare che genera scarti selezionati e già pronti a trasformarsi in una nuova bellezza”.
Prisma Light, Via Giovanni Gentile, 1 Noci(BA)








































